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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Secondo la tradizione, gli ultimi tre giorni di gennaio (29, 30 e 31) sono i "Giorni della Merla", i tre giorni più freddi dell'anno. La leggenda racconta di una merla, con uno splendido candido piumaggio, che era regolarmente strapazzata da Gennaio, mese freddo e ombroso, che si divertiva ad aspettare che la merla uscisse dal nido in cerca di cibo, per gettare sulla terra freddo e gelo. Stanca delle continue persecuzioni la merla un anno decise di fare provviste sufficienti per un mese, e si rinchiuse nella sua tana, al riparo, per tutto il mese di gennaio, che allora aveva solo 28 giorni.
L'ultimo giorno del mese, la merla pensando di aver ingannato il cattivo gennaio, uscì dal nascondiglio e si mise a cantare per sbeffeggiarlo. Gennaio si risentì talmente tanto che chiese in prestito tre giorni a Febbraio e si scatenò con bufere di neve, vento, gelo, pioggia.
La merla si rifugiò in un camino e lì restò al riparo per tre giorni. Quando la merla uscì, era sì salva, ma il suo bel piumaggio si era annerito a causa del fumo e così rimase per sempre: con le piume nere.
Secondo la tradizione, gli ultimi tre giorni di gennaio (29, 30 e 31) sono i "Giorni della Merla", i tre giorni più freddi dell'anno. La leggenda racconta di una merla, con uno splendido candido piumaggio, che era regolarmente strapazzata da Gennaio, mese freddo e ombroso, che si divertiva ad aspettare che la merla uscisse dal nido in cerca di cibo, per gettare sulla terra freddo e gelo. Stanca delle continue persecuzioni la merla un anno decise di fare provviste sufficienti per un mese, e si rinchiuse nella sua tana, al riparo, per tutto il mese di gennaio, che allora aveva solo 28 giorni.
L'ultimo giorno del mese, la merla pensando di aver ingannato il cattivo gennaio, uscì dal nascondiglio e si mise a cantare per sbeffeggiarlo. Gennaio si risentì talmente tanto che chiese in prestito tre giorni a Febbraio e si scatenò con bufere di neve, vento, gelo, pioggia.
La merla si rifugiò in un camino e lì restò al riparo per tre giorni. Quando la merla uscì, era sì salva, ma il suo bel piumaggio si era annerito a causa del fumo e così rimase per sempre: con le piume nere.
Vorrei non provare più dolore ogni volta che ti penso. Vorrei incontrare il tuo ricordo e affidarmi al suo calore, senza che la fiamma bruci la mia anima come tormento infernale.
Vorrei non provare più dolore, ogni volta che ti sogno. Vorrei poter riaprire gli occhi al mattino senza la disperazione di scontrarmi con la realtà della tua assenza.
Vorre non provare più dolore, ogni volta che ti cerco. Vorrei non scontrarmi con il tuo silenzio che ricorda in ogni istante ciò che non è più.
Non posso più restare in questo silenzio, in questo angolo oscuro. Non ho luce nè spiragli da cui filtri il minimo chiarore. C'è solo un dolore, che parte dal profondo dell'anima e sale per rubare anche il respiro.
Vorrei non provare più dolore... ma la tua assenza è una ferita che nemmeno il tempo potrà rimarginare.
Come silenziosi branchi di lupi assonnati compiono i loro gesti mattutini. Rituali, quasi, scanditi da un ritmo innato e naturale. La città ancora è avvolta dal manto buio del giorno che non intende svegliarsi, solo un lontano chiarore oltre le colline. Si avvicinano lenti, attraversando la strada in punti vietati in altri momenti del giorno, ma non v'è alcuno, se non il solito furgone del pane. La stazione è ancora vuota, gli storici barboni del paese dormono sui loro cartoni avvolti con carte e resti di coperte e chi entra pare curarsi di non fare troppo rumore. E' una civiltà distinta quella dei popolo viaggiante: non nomade, perché torna sempre alla sua casa ove vorrebbe poter seminare l'orticello e vivere in serenità, tuttavia senza un centro ove sostare. Paziente, a tratti passiva, talvolta nervosa, mai eccessiva. Accetta la disorganizzazione dei trasporti con calma rassegnazione. Questo silente popolo attende un treno costantemente in ritardo che lo trascinerà con gli opportuni disagi, fino ad un'altra città. E seguirà ancora cammino, forse, o un nuovo bus e nuova attesa. Raggiungerà il luogo di lavoro quando il fisico sarà sufficientemente stanco da confondere l'inizio della giornata con il momento del riposo. Ma resterà ancora lontano, mentre a casa la famiglia prosegue la sua vita, i bambini crescono, giocano... si perderanno i loro sorrisi. Poi giungerà il tramonto e l'ora di tornare. Saranno accompagnati ancora dall'oscurità, fedele compagna di viaggio. Alterneranno sonno a silenziosi pensieri, brevi saluti. Si conoscono tutti senza saper il relativo nome, si nota l'assente e la preoccupazione cresce per chi non sale per troppi giorni consecutivi. Quando torneranno nelle proprie case la famiglia sarà stanca della giornata, i bambini avranno finito i compiti, i più piccoli già tra le braccia di Morfeo. E crescerà l'amarezza del non aver vissuto, essere estranei alla propria casa: Inquilini notturni, volti illuminati soltanto dalla luce della luna.
C'è un punto di arrivo, oltre il dolore, al di là di tutte le lacrime versate... C'è un punto di fine, per ogni sofferenza, ed una volta raggiunto non ti resta che rialzare la testa, respirare e riprendere il cammino.
Sono stanca di tutto questo pianto, stanca della notte, dell'incubo e dell'incessante sogno. Eppure sento che ancora non è arrivato il punto di fine, perchè il respiro non ha mai sollievo, la forza continua ad andarsene giorno per giorno.
Mi sorprendo a stupirmi della mia incapacità di reagire, ci sono stati giorni peggiori nella mia esistenza ed ero stata capace di trovare la forza di rialzarmi al mattino successivo, nonostante tutto stesse andando in frantumi. Questa volta non è così e la rabbia si alterna al dolore.
Non riesco a ritrovarmi, neppure nel volto che riflette questo specchio. Incontro un volto stanco, con troppi capelli bianchi e qualche ruga in più
Ho ascoltato il canto del mare, il sussurro del vento e nell'oceano risuonava la tua voce, nel vento il tuo sorriso. Ed altro tormento si prendeva gioco della mia anima, il tuo profilo nel gioco di nuvole, i tuoi occhi nell'arcobaleno.
Non vivo il presente, ormai più non tollera il cuore il peso dell'assenza. Ti ho perso, smarrendomi tra mille e mille sentieri.
Cercavo la mia via, il mio cammino nella selva di strade di questa esistenza, ed ero così intenta a non poggiare il piede sul terreno più incerto che non mi accorgevo che non eri più tu a tenermi per mano.
La strada si fa più dritta e non trova inciampi il mio piede, ma è troppo ampio questo selciato perchè io possa continuare a camminare da sola. Troppo silenzio accompagna la foresta in cui sto entrando, non v'è appiglio...
E tu non sei neppure all'orizzonte...
Stava per giungere la sera e quasi credevo di aver solamente sognato pochi giorni avanti. Mi ponevo il dubbio che quell'uomo non fosse mai esistito, quando un rumore scoppiettante e lento mi ha destato dai pensieri.
Fingevo di suonare, quando la mia mente vagava nel dubbio dei ricordi, e quel suono non ebbe bisogno di molta attenzion per essere colto. Era arrivato. Assieme al freddo ed all'imbrunire.
Aveva terminato il lavoro nel campo con il sole, così che il buio non potesse rubargli istanti di preziosa fatica. Aveva preso poi la sua auto, si era messo a guidare senza passere a cambiarsi, così chi lo avrebbe visto non avrebbe potuto dubitare del suo essere genuino.
Signora... sono il contadino...
Sceso dall'auto, si era fermato fuori, senza neppure suonare il campanello per non disturbare. E' uscita mia madre, mentre restavo ad osservare dal terrazzo, alternando la curiosità al suono. E c'è tutto, Signora, guardi.. la glie l'ho pure pulita come si deve... sa, io le cose le fò per bene, mi piace portare tutto ammodino...
Infatti tutto era perfetto, in quella cassetta, ordinato e pulito: due cardi, un cavolo, quattro carote e un ciuffetto di ravanelli. Ognuno al suo posto, come un perfetto incastro, senza il minimo granello di terra. Sopra tutto, inaspettata, stava -in trono- una mela. Piccola, rossa, perfetta e silenziosa. Quasi una gemma a chiudere questo verde incastro.
Le ho portato anche una delle mì mele, se le piace... sono bòne, l'è un alberino che sta in fondo all'orto... sà.. è tanto pieno.. noi non si mangiano tutte... Se le piace, gliele porto la prossima volta.
"Mia figlia non mangia le mele". Cerca di frenare subito mia madre. Ormai sono diventata l'essere demoniaco: non mangio le mele, non voglio i frutti di offerte promozionali... Fondamentalmente la scusa migliore per ogni occasione visto che "la figlia" non è mai presente al momento in cui è nominata.
Ma se la gliela fa assaggiare... e le garba... Il contadino alza la testa, per la prima volta. Dall'alto riesco ad intravedere quel viso rugoso e gli occhi, così nascosti da sembrare quasi una ferita. Fagliela assaggiare... ma non rifare le scale. Se le piace... Me lo dici dal balcone, e la prossima volta.. te ne porto ancora...
Disarmante, non so se più per la dignità o la dolcezza che infonde quel suo essere impacciato, quel "non dire" che anche una mela in più può fare la differenza. E non perchè un medico si allontana, ma perchè può diventare legna o contribuire a comprare un cappotto o una coperta i più.
"Ho freddo" sembra dire la tua pelle, mentre scendi dalla macchina con un maglione verde, come quelli che vedevo indossare a mio nonno, quando ero bambina, mentre calchi quel cappello di lana consunta sul capo...
Ci è piaciuta la mela, anche se -a dir la verità- non l'abbiamo ancora assaggiata, ma mia madre è scesa ancora... e ti ha detto che quel frutto era squisito. Ed hai sorriso ancora.
Sono otto euri e mezzo... la ce li ha spicci vero? Si, li avevamo preparati, ma sul tuo viso un piccolo segno di disappunto, nel vedere una moneta da cinquanta centesimi.
Non li ha mica due da venti e uno da dieci? .. Volevo fare una telefonata alla mì moglie, ma se ci metto cinquanta centesimi la cabina non mi da il resto
Non li abbiamo, ma abbiamo i venti centesimi in più. Mia madre vuole darteli, ma ti rifiuti, quasi fosse un'offesa accettare più di quanto dovuto. Che ti posso dare in più....e guardi nell'auto, ma è tutto pronto per le prossime consegne. "Non si preoccupi" insiste mia mamma..."ci rifacciamo la prossima volta". Non sei convinto, quei venti centesimi ti pesano più di un mattone in tasca. Alla fine un'idea. Riprendi il foglietto ove hai preparato l'elenco per la prossima settimana, tiri fuori dalla tasca quel lapis spuntato e sorridendo aggiungi: + du' meline...

Fra l'amore e la musica c'è questa differenza: l'amore non può dare l'idea della musica, la musica può dare l'idea dell'amore.
Hector Berlioz
L'intelligenza non avrà mai peso, mai nel giudizio di questa pubblica opinione. Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai
da uno dei milioni d'anime della nostra nazione, un giudizio netto, interamente indignato: irreale è ogni idea, irreale ogni passione,
di questo popolo ormai dissociato da secoli, la cui soave saggezza gli serve a vivere, non l'ha mai liberato.
Mostrare la mia faccia, la mia magrezza - alzare la mia sola puerile voce - non ha più senso: la viltà avvezza
a vedere morire nel modo più atroce gli altri, nella più strana indifferenza. Io muoio, ed anche questo mi nuoce. [...]
(Da: "La Guinea", Poesia in forma di rosa, in "Bestemmia", volume primo, Garzanti, Milano 1993)
Allora Almitra disse: parlaci dell'Amore. E lui sollevò la stessa e scrutò il popolo e su di esso calò una grande quiete. E con voce ferma disse: Quando l'amore vi chiama, seguitelo. Anche se le sue vie sono dure e scoscese. e quando le sue ali vi avvolgeranno, affidatevi a lui. Anche se la sua lama, nascosta tra le piume vi può ferire. E quando vi parla, abbiate fede in lui, Anche se la sua voce può distruggere i vostri sogni come il vento del nord devasta il giardino.
Poiché l'amore come vi incorona così vi crocefigge. E come vi fa fiorire così vi reciderà. Come sale alla vostra sommità e accarezza i più teneri rami che fremono al sole, Così scenderà alle vostre radici e le scuoterà fin dove si avvinghiano alla terra. Come covoni di grano vi accoglie in sé. Vi batte finché non sarete spogli. Vi staccia per liberarvi dai gusci. Vi macina per farvi neve. Vi lavora come pasta fin quando non siate cedevoli. E vi affida alla sua sacra fiamma perché siate il pane sacro della mensa di Dio.
Tutto questo compie in voi l'amore, affinché possiate conoscere i segreti del vostro cuore e in questa conoscenza farvi frammento del cuore della vita. Ma se per paura cercherete nell'amore unicamente la pace e il piacere, Allora meglio sarà per voi coprire la vostra nudità e uscire dall'aia dell'amore, Nel mondo senza stagioni, dove riderete ma non tutto il vostro riso e piangerete, ma non tutte le vostre lacrime.
L'amore non da nulla fuorché sé stesso e non attinge che da se stesso. L'amore non possiede né vorrebbe essere posseduto; Poiché l'amore basta all'amore.
Quando amate non dovreste dire:" Ho Dio nel cuore ", ma piuttosto, " Io sono nel cuore di Dio ". E non crediate di guidare l'amore, perché se vi ritiene degni è lui che vi guida.
L'amore non vuole che compiersi. Ma se amate e se è inevitabile che abbiate desideri, i vostri desideri hanno da essere questi: Dissolversi e imitare lo scorrere del ruscello che canta la sua melodia nella notte. Conoscere la pena di troppa tenerezza. Essere trafitti dalla vostra stessa comprensione d'amore, E sanguinare condiscendenti e gioiosi. Destarsi all'alba con cuore alato e rendere grazie per un altro giorno d'amore; Riposare nell'ora del meriggio e meditare sull'estasi d'amore; Grati, rincasare la sera; E addormentarsi con una preghiera in cuore per l'amato e un canto di lode sulle labbra.
Kahlil Gibran
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